Erano gli anni prima della seconda guerra mondiale e Antonio Bruna-Rosso con la moglie “Not” – Maria Maddalena - si erano trasferiti da Elva, in valle Maira, loro paese di origine, a Chateau-Vieille-Ville nei pressi di Aiguilles, un paesino che si incontra scendendo dal Colle dell’Agnello, nel Queyras francese. Lui aveva un piccolo commercio ambulante in sette comuni limitrofi e trasportava i suoi tessuti con un mulo.
Chateau-Vieille-Ville



   Chateau-Vieille-Ville








           
             
                      La regione del Queyras







La famiglia era numerosa, sei figli, come usava un tempo: Giuditta (Nina), Natale, Elvira (Maria), Adele, Giovanni e Carlotta. Il lavoro era difficile tra i mercati e la piccola bottega. A peggiorare la situazione ci fu la dichiarazione di guerra alla Francia di Mussolini. Vivere in quel posto di confine non era più possibile  e così da Aiguilles la famiglia fu sfollata in treno fino ad Annonay nell’Ardeche, a sud di Lione. Intanto Antonio con il figlio maggiore Natale, che già possedeva un’auto, si recava a Gap per firmare una dichiarazione di non belligeranza nei confronti della Francia poiché la famiglia era di nazionalità italiana. Vissero qualche tempo da sfollati in un monastero nell’Ardeche con i buoni di sussistenza, guardati malissimo da tutti per via della nazionalità italiana e del conflitto in corso, nonostante si cercasse con ogni mezzo di celare l’origine della famiglia.

                    

               L'Abbaye Notre Dame des Neiges en Ardèche

La vita era quasi impossibile, si decise quindi di partire con l’auto e cercare di rientrare ad Aiguilles. La benzina terminò nei pressi di Voreppe, prima di Grenoble. Chiesero del carburante con i buoni di sussistenza e la risposta sprezzante fu “Demandez ça à Mussolini” (chiedetela a Mussolini). Come dar loro torto! La benzina fu trovata con scambi difficoltosi e il viaggio proseguì, prima a Briançon, presso un fratello di Not e poi, finalmente ad Aiguilles.

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Briançon, città forte Vauban





La bottega era intatta, nessuno aveva toccato nulla ma la situazione era divenuta insostenibile. Con la guerra la fiducia della popolazione del Queyras negli italiani si era trasformata in diffidenza e distanza, se non in sentimenti peggiori. C’era però nella zona di confine un piccolo grande traffico, che permetteva la sussistenza, si portava in Italia il sale attraverso il colle dell’Agnello fino a Chianale dove lo si cambiava col riso. Intanto una sera all’ora di cena si presentò in casa Bruna-Rosso il sindaco di Chateau-Vieille-Ville che mise in guardia la famiglia dal restare in paese poiché i sentimenti dei paesani nei confronti degli italiani in genere, erano degenerati. Il sindaco disse che sapeva benissimo che i Bruna-Rosso erano brava gente ma c’era in giro la folle voce che essi vivessero grazie ai soldi invitati loro direttamente da Mussolini e quindi, se non fossero andati via subito avrebbero rischiato il linciaggio. Fu così che con poche cose, intorno alla mezzanotte della stessa sera si incamminarono in direzione del confine abbandonando alla razzia tutti i loro beni. Si ritrovarono inizialmente a Chianale ed in seguito alla natia Elva.
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 Il Colle dell'Agnello,
 tra Valle Varaita e Queyras








       Elva, valle Maira





In montagna non c’era nulla da fare e l’anima commerciale della famiglia suggerì di cercare altre strade di sussistenza.

Nel 1944 i Bruna-Rosso scesero a piedi da Elva fino a Dronero, dove le truppe Tedesche di occupazione concessero loro un lasciapassare, di li raggiunsero Cuneo ed infine Borgo San Dalmazzo. Avevano individuato in piazza Regina Margherita, ora piazza Martiri, un negozio di tessuti proprio vicino alla chiesa di Santa Croce, la cui licenza veniva ceduta in gestione. Lo sforzo fu enorme data la miseria in cui la famiglia versava, ma intanto ci si ritrovò riuniti  attorno ad un lavoro, un negozio e i mercati in provincia e nelle valli.              

                             

                             Borgo San Dalmazzo, ex piazza Regina Margherita


La guerra di resistenza, le brigate nere di Salvi e la lotta partigiana infuocavano quegli anni portando scie di sangue fino davanti alla vetrina del negozio in piazza. I Bruna-Rosso e i figli Natale, Giovanni, Adele e Carla  si trovavano a far commercio tra quelle grandi difficoltà oltre a quella della lingua. Adele racconta che un giorno, in negozio, una signora le disse “che begli occhi che hai” – in famiglia tutti abbiamo gli occhi chiari - e lei rispose alla gentile signora che il tessuto che le stava proponendo era davvero buono, poiché non comprendeva ciò che la cliente le stava dicendo in italiano. I pochi anni di scuola erano stati fatti in Francia ad Aiguilles, in famiglia si parlava l’occitano, va da se che l’italiano e il piemontese erano cose diverse dalle lingue conosciute. Anni e anni dopo Giovanni fu costretto, tra imbarazzo e difficoltà, per poter continuare il suo lavoro, a sostenere l’esame di terza elementare alla scuola di Borgo.  

Intanto la guerra finì e la famiglia ottenne in gestione gli aiuti UNRRA, per quanto riguarda i generi tessili, che distribuì facendo i mercati nelle valli, mezzo ideale per farsi conoscere ai nuovi clienti. Si andava anche al mercato di Tenda, furono gli ultimi mercati prima del suo passaggio alla Francia.

Col passare degli anni gli amori prendevano i figli dei Bruna-Rosso; Natale nel periodo passato a Chianale conobbe Margherita Bernard. Adele attese anni il suo Daniele Alamanno, rinchiuso e perseguitato come militante fascista in Francia, ma infine dimostrata la sua totale estraneità al fascismo, riuscirono a riunirsi e lei lo seguì oltralpe. Carla conobbe proprio a Borgo il sarto Pietro  Pellegrino.

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La famiglia Bruna-Rosso nel 1954







Il commercio andava avanti e nel 1949 con altri sforzi i fratelli Natale e Giovanni acquistarono uno stabile in via Garibaldi, dov’è l’attuale sede. Erano due piccoli negozi, volte basse, un paio di stanze al primo piano. Nel 1952 arrivarono i muratori, si sventrò, si alzò la casa di un piano e tutto fu nuovo. C’era anche la meraviglia dei termosifoni con una caldaia a carbone che fino al 1986, anno del suo pensionamento, noi si chiamava “diavoletti”, per via dello scintillare del fuoco vivo e del residuo di combustione del carbone, che ricordava vagamente antri infernali. Era uno splendido negozio di tessuti con grandi vetrine, i Bruna-Rosso finalmente vivevano un momento di orgoglio.

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                    1952 – apre Bruna-Rosso  

                               in via Garibaldi





Nel 1954 l’allora diciannovenne Cesarina Franchino sposò il ventisettenne Giovanni Bruna-Rosso ed iniziò a lavorare nel negozio e agli ultimi mercati i cui “banchi” furono ceduti pochi anni dopo.

Figlia minore di Battista, tramviere sulla linea Cuneo-Borgo e “Censina” commerciante anche lei ma di alimentari, Cesarina si trovò con un lavoro nuovo ed appassionante; dalle mele in ordine nelle cassette del negozio della madre, alle pile di tessuti messe in nouances di tinta del negozio BRUNA-ROSSO, la moda, le sarte, le clienti esigenti e l’entusiasmo degli anni ’50, anni in cui la moda italiana muoveva i primi passi pieni di promesse.

                  

I matrimoni ed i figli allargarono la famiglia e così si decise di iniziare l’avventura delle nuove aperture. La società dei fratelli BRUNA-ROSSO si trasformò presto nella SNC BRUNA-ROSSO & PELLEGRINO con soci Natale con la moglie Margherita Bernard, Carla con il marito Pietro Pellegrino e Giovanni con la moglie Cesarina Franchino. Intanto vennero rilevati due negozi, uno a Saluzzo con Carla e Pietro ed in seguito uno a Cuneo con Natale e Margherita. Erano gli anni ’60 e il boom economico. L’immigrazione, in particolare la costruzione della diga di Entracque portò nuovi clienti a Borgo, gli acquisti dell’epoca non erano sfizi modaioli ma reali necessità. Nonostante ciò il negozio BRUNA-ROSSO ha radicato la sua immagine già dall’epoca, nelle proposte di qualità che a quei tempi non erano così diffuse. Il credito concesso ai clienti fu motivo di reale fiducia e stima di molti nei confronti della famiglia Bruna-Rosso. Ai tessuti furono affiancati articoli per la casa come coperte, lenzuola, tendaggi, e un primo inizio di abbigliamento confezionato. Il primo tentativo di inserimento di moda uomo pronta fu un successo: su venti abiti acquistati se ne vendettero ben 19!

La superficie di vendita del negozio di Borgo non fu più sufficiente e così si ampliò la bottega, era il  1961, occupando l’alloggio al primo piano, collegandolo con una scala elicoidale che richiese parecchio studio di architetti e lavoro di artigiani.

Non furono comunque tutte rose. L’ampliamento dell’attività e le difficoltà gestionali richiesero nel 1976 lo scioglimento della società. Ognuno dei tre negozi ebbe vita a se con le famiglie che vi lavoravano. Nella storica sede di Borgo rimasero Giovanni e Cesarina, conosciuti e radicati nella realtà della cittadina.

        




 
Via Garibaldi di notte, 
 fine anni ‘60










I miei ricordi di bambino hanno l’odore dei tessuti nelle giornate umide, di lana, di seta grezza, di scatoloni con cui fare magnifiche piccole abitazioni o improbabili navi, di pezzetti di stoffa detti scampoli che stavano impilati in fondo al grande e lungo bancone. Per le battaglie contro i “cattivi” c’erano le spade ricavate dai “metri” in legno per misurare i tessuti, avevano il bordo in ottone e sopra i bolli del controllo fiscale. C’erano delle stoffe strane, luccicanti, che io credevo destinate alle principesse, altre con nomi esotici un po’ storpiati dal piemontese che io immaginavo venire da lontanissimo. Nel bancone di vendita c’erano cassettoni enormi in cui nascondersi insieme alle fodere Bemberg di tutti i colori. C’erano poi i piccoli cassetti pieni di meraviglie come cerniere e bottoni che diventavano denari per il gioco, specie se dorati. E poi c’erano le palline bianche che non bisognava assolutamente toccare, e se le si toccava ci si doveva lavare le mani immediatamente: la naftalina. C’erano i fantastici viaggi a Torino con la Fiat 124 Famigliare, con gli interni in similpelle che nelle curve, sul sedile posteriore, non ci si teneva fermi. Si andava dai grossisti in vecchi stabili del centro dove, su pavimenti a listoni di legno scricchiolanti, abili commessi facevano “i tagli” per gli abiti, i tailleurs, i cappotti …

                            Giochi_di

Nel 1986 terminati i miei studi e completata un’esperienza lavorativa negli uffici marketing della Ferrero Dolciaria, decisi che quel mondo affascinante non poteva stare fuori dalla mia vita e così mi ritrovai a dare un’immagine nuova dell’attività commerciale, abbandonando il ramo storico dei tessuti e quello dei tessuti d’arredamento a favore dell’abbigliamento pronto. Mille idee e tutto l’entusiasmo di un ventenne sotto la supervisione e l’esperienza dei miei genitori. Altri decenni sono trascorsi dall’inizio della mia attività. Il negozio seppur cambiato in seguito ad altri interventi, resta un punto fermo per chi è alla ricerca di qualità nelle proposte moda. Il nostro sforzo è sempre stato quello di portare a Borgo l’'attualità della moda cercando di esprimerla attraverso il nostro gusto.

Borgo è diventata la casa della mia famiglia fin dal 1944, da un periodo difficile ne sono nati altri sereni, altri meno; è la storia del commercio, ed anche della vita.

Dedico questo racconto ad un uomo che non ho conosciuto, che aveva il commercio nel sangue e con la volontà riusciva ad inventarsi nuovi orizzonti: mio nonno Antonio.

 

                                                       Daniele Bruna-Rosso

                                                        

 
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